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Mercoledì 4 Ottobre 1944 – Festa di San Francesco d´Assisi
Gli uomini che erano stati reclutati non solo in Germania, ma anche nei territori occupati, erano stati radunati nel piazzale per ricevere le ultime istruzioni in vista del giuramento solenne a Hitler, in programma per il giorno successivo, con il quale sarebbero divenuti, in tutto e per tutto, delle SS. Il maresciallo passando in rassegna le reclute nel piazzale spiego loro, con un discorso pieno di immagini retoriche, quale significato avessero le parole che avrebbero pronunciato di lì a poche are: «Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te obbedienza sino alla morte. Che Dio mi assista». Il maresciallo non aveva ancora finita di parlare, quando, all'improvviso, il suo discorso venne interrotto da una recluta, che, in fila in mezzo agli altri, alzò la mano chiedendo il permesso di parlare. «Signor maresciallo maggiore, non posso giurare a questo Führer». A parlare era Josef Mayr, originario del maso Nusser, nei pressi di Bolzano. Le parole di quell'uomo di 34 anni fecero calare il silenzio nel piazzale. Il maresciallo, al quale in vita sua non era fino ad allora accaduto nulla di simile, andò subito a chiamare il comandante della compagnia, che chiese a Josef per quale motivo non poteva prestare il giuramento. «Per motivi religiosi», rispose Josef. «Dunque lei non si sente un nazionalsocialista al cento per cento?», incalzò il comandante. «No, non lo sono», rispose Josef. Il comandante rimase calmo e gli chiese solo di mettere per iscritto la dichiarazione che aveva appena rilasciato, cosa che Josef Mayr-Nusser fece subito. Nessuno, quel giorno, comprese il significato di quel gesto e di quelle parole. Cosa era successo a Pepi, come veniva chiamato dai suoi compagni, che cosa lo aveva spinto a mettere a repentaglio la sua vita in quel modo? Tornati in stanza, il suo vicino di branda provò a chiedergli una spiegazione: «Pepi, anch'io sono un cattolico praticante, ma non credo che il Signore pretenda da noi che rischiamo tanto in questo modo». «Se nessuno ha il coraggio di dire loro che e contrario alle idee nazionalsocialiste», replicò Josef, «non cambierà mai nulla». Aggiunse poi che era consapevole che quella sua scelta gli sarebbe costata la libertà e forse anche la vita, ma, nonostante tutto, sapeva bene che non poteva agire diversamente. Il rifiuto di Josef Mayr Nusser non era frutto di un momento di intemperanza, ma aveva radici ben più profonde e solide. Ci aveva pensato a lungo e aveva condiviso questa sua decisione, tanto meditata e ponderata, con suo fratello don Jakob. Alla sua amata moglie Hildegard, in una lettera scritta una settimana prima, aveva chiesto di pregare per lui, «affinché nell'ora della prova agisca senza timori o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza». Josef sapeva bene che il rifiutarsi di prestare giuramento al Führer gli sarebbe potuto costare la vita. Aveva tuttavia una minima speranza che, come cittadino italiano, sarebbe stato sottratto alla pena di morte. «Il fatto che sono un cittadino italiano», aveva scritto alla moglie, «potrà essere forse, nel momento decisivo, un'attenuante agli occhi dei giudici. In ogni caso sarà bene che tu ti prepari anche al peggio». Josef sapeva che, nella migliore delle ipotesi, poteva essere internato in un campo di concentramento. Non era il giurare in se che non incontrava il suo consenso (lo aveva già fatto, qualche anno prima, quando faceva il militare nell'esercito italiano in Piemonte), ma il fatto che Josef era ben informato sui massacri di cui si erano macchiate le SS e non ne voleva diventare complice. Il suo "no" a Hitler non era frutto di renitenza giovanile, ne di paura di fronte ai pericoli e alle sofferenze della guerra. Il suo "no" a Hitler fù l'espressione più alta di una vita dedicata a Gesù Cristo, alla Chiesa e al prossimo. Josef Mayr Nusser, nel suo personale rifiuto al nazionalsocialismo e alle sue regale, e stato un grande testimone e martire della fede del Novecento, la cui figura merita di essere annoverata fra le più nobili della nostra terra. Cresciuto tra i vigneti alle porte di BolzanoPer la famiglia di viticoltori che viveva nel maso Nusser (Nusserhof) alla periferia di Bolzano, la nascita del piccolo Josef, i127 dicembre 1910, era apparsa come un dono speciale del Cielo. Un Cielo che Josef imparò a conoscere fin da bambino. Quarto di sei figli, Pepi, diminutiva di Josef, come veniva chiamato da parenti e amici, imparò ben presto a pregare da mamma e papà. La recita quotidiana de1 rosario e la partecipazione, più volte alla settimana, alla s. messa, erano momenti malta importanti, che scandivano il scorrere delle giornate.
Gli piaceva malto lo sport, in particolare il pattinaggio, ma la sua grande passione era la lettura. Quando poteva, tra un impegno e l'altro, si ritagliava i1 tempo per prendere in mano un libro e leggere. Rimase particolarmente impressionato da1le lettere scritte da1 carcere dal martire inglese Tommaso Moro. Da quegli scritti, in cui Moro, cancelliere di re Enrico VIII, dichiarava di non approvare, come avevano fatto quasi tutti i suoi contemporanei, la scelta de1 re di allontanarsi dalla fede cattolica (posizione che costo al lord inglese la decapitazione), Josef comprese che l'essere fedeli a Cristo e al Vangelo può portare anche al dono più grande, quello della vita. Crescendo, Josef aveva imparato che dalla preghiera nasceva l'impegno concreto verso gli altri. Aveva poco più di dieci anni quando, in casa, aveva sentito parlare dell'invito rivolto allora da Papa Pio XI ai laici, che spronava ad impegnarsi maggiormente in campo religioso, in aiuto di sacerdoti e vescovi. Un invito che Josef raccolse senza esitazioni, qualche anno più tardi, aderendo con entusiasmo alle attività dei gruppi di Azione Cattolica. L' Azione Cattolica era riconosciuta dall'Italia fascista in base al Concordato tra la Santa Sede e l'Italia dei 1929. Di lì a pochi mesi, però, nacquero forti tensioni tra regime fascista e Vaticano. Tutte le persone, infatti, giovani o adulti, che tra il 1930 e il 1931 erano obbligate ad iscriversi alle organizzazioni fasciste, dovevano anche prestare il "giuramento al Duce". Pio XI, in uno scritto de129 luglio 1931, si pronunciò contro questo obbligo, e di fronte all'irrigidimento del governo fascista il Papa si limitò a raccomandare ai cattolici di prestare il giuramento con la riserva che non avrebbero accettato di compiere azioni contro le leggi di Dio e della Chiesa.
Alla guida dei giovani di Azione Cattolica
Il regime fascista, infatti, tollerava in quel periodo l'esistenza di organizzazioni di lingua tedesca solamente se di carattere religioso. Ad ogni modo la situazione invitava comunque alla massima prudenza. Così, per non attirare troppo l'attenzione, la preparazione dei responsabili dei gruppi si svolgeva durante alcuni incontri che si tenevano solitamente nel convento dell'Ordine Teutonico di Lana. Josef aveva aderito con entusiasmo a tale iniziativa, dedicandosi anima e corpo a questo lavoro. La sua preparazione spirituale e soprattutto religiosa, che era maturata negli anni attraverso la lettura e la meditazione delle Sacre Scritture, così come la predisposizione che aveva nel mettersi al servizio degli altri come guida, spinsero i membri dell'associazione a eleggerlo presidente della sezione maschile dei giovani di Azione Cattolica, in quella che allora era la parte tedesca dell'Arcidiocesi di Trento. Un entusiasmo enorme animava quel gruppo di giovani, aperti verso il rinnovamento della liturgia, rivolto ad una partecipazione più attiva dei laici, secondo quanto proponeva il filosofo e teologo Romano Guardini. Il gruppo di Bolzano aveva cercato a lungo una chiesa dove poter celebrare la santa messa non solo in latino, come era previsto dalle norme preconciliari, ma anche nella loro lingua madre, il tedesco. A Bolzano esisteva una chiesetta dedicata a San Giovanni, che era/chiusa da tempo, ed era diventata una sorta di magazzino: era propria quello che faceva al caso loro. Ci vollero tre settimane di lavoro per ripulirla da quanta era stato ammassato col passare degli anni. La chiesetta di San Giovanni divenne di lì a poco il centro spirituale del gruppo, in cui si ritrovano una volta in settimana, alle 6 del mattino, alla luce delle candele, per celebrare insieme la santa messa. Mentre il loro assistente spirituale, don Josef Ferrari, pronunciava i testi delle letture del giorno in latino a bassa voce, Josef Mayr-Nusser o altri leggevano a voce alta quelli in tedesco. Quella chiesetta, che sentivano essere "casa loro", divenne ben presto un punto di incontro anche per gruppi provenienti da Germania e Austria. In quel periodo, infatti, meta dei territorio dell'Alto Adige, vale a dire quella a sud di Bressanone, per la val d'Isarco, e di Prato allo Stelvio, per la Venosta, apparteneva all'Arcidiocesi di Trento. Nel1964 quella parte venne separata da Trento e unita al territorio dell´antica Diocesi di Bressanone, che si trovava all'interno dei confini italiani. Nacque così la nuova Diocesi Bolzano Bressanone, i cui confini coincidono con quelli politici della Provincia autonoma di Bolzano.
Fede ed entusiasmo
A testimoniarlo ci sono le "Parole del presidente al convegno di preparazione dei dirigenti giovanili", un discorso che pronunciò nel giorno di Pentecoste del 1936 e dal quale e possibile scoprire quale fosse l'atteggiamento spirituale che animava Josef. “Dopo tutto il caos del prima dopoguerra in campo politico, economico e culturale, vi si legge oggi possiamo constatare con quale entusiasmo, spesso con dedizione cieca, appassionata e incondizionata, le masse si votano ai capi. Il culto dei capi, che oggi sperimentiamo, é spesso una vera e propria idolatria. Questa fede appassionata nei riguardi dei capi ci può meravigliare, dato che viviamo in un tempo pieno di enormi conquiste della scienza e della tecnica, in un tempo pieno di scetticismo, in un tempo nel quale il singolo non ha valore, ma vale solo la massa, il numero... Oggi, più che in qualsiasi altro tempo, si esige nell' Azione Cattolica un cattolicesimo vissuto. Oggi si deve mostrare alle masse che l'unico capo che solo ha diritto ad una completa, illimitata autorità e ad essere una guida e Cristo, nostro capo (Führer)...
Testimone della luceCristo era la guida, l'unico capo: lo aveva detto a chiare lettere, Josef, parlando ai suoi coetanei. A Cristo, che con la luce della fede illumina il cammino di ogni uomo, ciascun cristiano é chiamato a rendere testimonianza. Testimoni della sua grandezza è il titolo di un articolo che Josef pubblicò sul numero del 15 gennaio 1938 di Jugendwacht, la rivista altoatesina della gioventù cattolica. Riflessioni che, lette oggi, permettono di scoprire dove aveva fondato le sue radici la scelta di testimoniare Cristo fino a donare la vita, che Josef prese qualche anno più tardi. Vi si legge: Egli doveva rendere testimonianza alla Luce. Poche parole! Quale compito! Rendere testimonianza alla Luce, annunciare Cristo al mondo. Un'impresa coraggiosa... Dare testimonianza e oggi la nostra unica arma, la più potente, un'arma abbastanza strana. Non spada, non violenza, non denaro, non potere spirituale, nulla di tutto questo ci é necessario per costruire il regno di Cristo sulla terra. Il Signore ha preteso da noi qualcosa di malto modesto eppure di malto importante: essere testimoni... La testimonianza senza parole, quella che il vero cristiano vive quotidianamente a casa, durante il lavoro, nei campi, nelle officine, di fronte agli uomini. Quale forza sprigiona un giovane che vive semplicemente da cristiano... Dobbiamo essere testimoni: prima di diventare annunciatori della Parola e delle opere, vogliamo anzitutto tentare di essere giovani cristiani in tutto e per tutto. Lo diventeremo accostandoci agli altari. Su di essi c'e la Parola e il Corpo di Cristo. In essi riposano le ossa di quelli che furono i testimoni di Cristo fino alla morte...
…nelle cose quotidiane
in ogni momento della sua vita, preoccupandosi, in particolare, di vivere, nelle piccole cose di tutti i giorni, il comandamento dell' Amore. Josef non aspirava certamente al martirio. Sapeva che testimoniare la propria fede poteva anche comportare il dono più grande, quello della vita, ma sapeva altrettanto belle che la testimonianza partiva prima di tutto dalle cose e dagli incontri quotidiani. Tutti quelli che conobbero Josef testimoniano che era una persona straordinariamente amabile, con una spiccata coscienza sociale. Era rimasto abbagliato dalla vita di Federico Ozanam, l'apostolo dei poveri, che circa un secolo prima aveva fondato a Parigi le conferenze di San Vincenzo. Ne era così entusiasta che a 22 anni, ancor prima di iscriversi alla Gioventù Cattolica, divenne membro della conferenza di San Vincenzo di Bolzano Centro. Quando nel 1937 venne fondata la San Vincenzo nel quartiere dei Piani a Bolzano, Josef, che si era distinto per l'impegno profuso a Bolzano Centro, ne venne nominato presidente.
Una famiglia insieme a Hildegard
E propria lì, dietro al bancone, conobbe Hildegard Straub, una segretaria di qualche anno più grande di lui, con la quale condivide gli ideali e l'impegno sociale all'interno dell' Azione Cattolica. I due giovani iniziarono a frequentarsi, a discutere sul lavoro e sugli interessi tipici dei giovani, ma anche sui temi della fede, sulle questioni etiche e cristiane. Nacque così, piano piano, nel cuore di Josef il desiderio di dar vita insieme a quella giovane ad una nuova famiglia. Un giorno, nel 1938, a margine di una delle loro conversazioni, Josef si fece coraggio e si dichiaro ufficialmente a Hildegard. Quel "sì", che Josef si attendeva di ricevere come risposta, però non arrivò. Hildegard, infatti, rimase così sorpresa di fronte a quella dichiarazione d'amore che non seppe cosa rispondere. Decise di scrivergli un biglietto nel quale gli comunicava di avere progetti diversi per il suo futuro: desiderava abbracciare la vita religiosa ed entrare nell'ordine delle benedettine. Josef sembrò accettare quella scelta, anche se nel suo cuore l'amore per Hildegard cresceva ogni giorno di più. Una mattina, arrivando nel suo ufficio, Hildegard trovò sulla sua scrivania un mazzo di fiori, un dono per il suo onomastico. Non c'era nessun biglietto e invano la giovane chiese a colleghi e conoscenti se sapevano chi le aveva portato quei fiori. A dare una risposta alle sue domande fù la sorella di Josef, Mariedl: «Quei fiori sono un regalo di mio fratello». A quel punto Hildegard non sapeva proprio più cosa fare. Nel suo cuore c'era il desiderio di diventare suora, ma non poteva certo rimanere impassibile di fronte all'amore del giovane Josef. Decise allora di consigliarsi con il suo padre spirituale, don Josef Ferrari, che la rassicurò: «Josef e il miglior giovane che io ho mai conosciuto in tutta la mia vita». Josef e Hildegard si unirono in matrimonio il 26 maggio 1942- martedì di Pentecoste - nella chiesa di San Nicolo che sorgeva accanto al duomo di Bolzano e che venne poi completamente distrutta dai bombardamenti. A benedire le nozze dei due giovani fu don Jakob, fratello di Josef. Nel 1943 nacque il piccolo Albert.
Hitler, Mussolini e le opzioniDar vita a nuovi gruppi giovanili e portarne avanti le attività, negli anni Trenta, era cosa tutt'altro che facile. Molte cose si dovevano fare in segreto, per evitare la persecuzione fascista. Ai sudtirolesi di lingua tedesca, infatti, il regime aveva proibito di coltivare la loro lingua e le loro tradizioni e li aveva costretti ad altre forme di umiliazione. Ma quella situazione presentava anche i suoi vantaggi. Soprattutto se letta con gli occhi del cristiano. Per i giovani, infatti, portare avanti questi progetti diventava una sfida, e in questo modo il gruppo si cementava e ogni attività diventava un lavoro affascinante. Il senso di appartenenza era molto forte e l'uno rispondeva dell'altro. Questa unione venne, tuttavia, messa a dura prova nel periodo delle opzioni.
Intercorsero varie trattative, al termine delle quali, i1 21 ottobre 1939 a Roma, rappresentanti dei due Stati firmarono l"'accordo per le opzioni". In sostanza, il documenta stabiliva che i sudtirolesi che avessero valuto restare tedeschi si sarebbero dovuti trasferire in Germania. Chi, al contrario, non voleva lasciare la propria terra si sarebbe dovuto rassegnare a diventare, in tutto, un italiano. Nelle sue linee fondamentali, l'accordo era già stato stipulato qualche mese prima, il 23 giugno, quale completamento del patto di amicizia fra la Germania e l'Italia. Quando la notizia dell'accordo tra Hitler e Mussolini arrivò in Alto Adige, il panico si diffuse rapidamente per i paesi dell'intera provincia. La gente, che fino ad allora si era dovuta preoccupare solo dell'andamento delle stagioni e del raccolto e della buona riuscita delle diverse attività artigianali e commerciali, non sapeva cosa fare. La prima reazione fu quella di boicottare l'accordo, rifiutandosi di votare. Ma le forze naziste avevano gia avviato un lavoro preparatorio, costituendo in segreto l'organizzazione Völkischer Kampfring Südtirol, nata in opposizione all'italianizzazione progettata dal fascismo. Chi aderì a questo gruppo venne indotto a fare propaganda in favore del trasferimento in Germania. Una propaganda che cercò di convincere i sudtirolesi con il metodo "del bastone e della carota". Un lavoro capillare che porto i suoi frutti: gran parte della popolazione decise di lasciare la propria terra e le proprie case e di emigrare oltre confine. Contemporaneamente, però, c'era anche chi invitava insistentemente la gente a restare. Erano i circoli religiosi, raccolti a Bolzano intorno al canonico Michael Gamper e a Josef Ferrari, e, a Bressanone, alla direzione del Seminario e ai canonici del duomo. Il fatto di non far capo ad una vera e propria organizzazione e i pochi mezzi a disposizione penalizzarono fortemente il generoso impegno di queste persone. A rendere ancora più faticosa la loro attività fù anche il fatto che il principe vescovo di Bressanone Geisler - i cui parenti erano gia altre il Brennero - e il suo vicario generale avevano deciso di optare per la Germania, proibendo al clero locale di appoggiare qualsiasi tipo di propaganda. Alla fine la spuntò la Germania. Più dell'80 per cento della popolazione scelse di abbandonare l' Alto Adige, anche alla luce delle amare esperienze fatte sotto il fascismo e per la voce, messa in circolazione da parte tedesca, che i cosiddetti Dableiber (quelli che sceglievano di restare) sarebbero stati trasferiti al Sud e quindi avrebbero dovuto comunque lasciare le proprie case.
Una decisione soffertaPer la maggior parte dei sudtirolesi decidere se trasferirsi oltre Brennero o restare nelle proprie case fù penosamente difficile. Tragiche spaccature e divisioni si vennero a creare in molti villaggi e persino in seno alle singole famiglie. I piccoli gruppi di "Dableiber" dovettero talvolta subire gravi angherie e minacce. Qualche protezione la ottennero dal clero, che si era espresso in gran parte contro l'opzione per la Germania (il 90% nell' arcidiocesi di Trento e 1'80% nella diocesi di Bressanone). Questa fù, senza alcun dubbio, una delle situazioni più tragiche in cui si venne a trovare il popolo sudtirolese nella sua storia plurisecolare. E certi comportamenti, che ora ci e difficile approvare, nascono propria da quegli anni tanto faticosi. Ci voleva un carattere particolarmente forte per resistere all'ondata propagandistica degli optanti. I "Dableiber" erano in gran parte persone con una particolare formazione religiosa, che seguivano l'esempio dei loro curatori d'anime. Alcuni di essi erano rimasti spaventati dalle informazioni, trapelate in qualche modo, sull'atteggiamento anticlericale di Hitler in Germania. Naturalmente, tra i "Dableiber" c'era chi aveva deciso di restare perché non voleva rinunciare ai propri beni. In quei drammatici mesi la famiglia Nusser mantenne sempre stretti contatti con i capi dei "Dableiber" Michael Gamper e Josef Ferrari. Il primo aveva organizzato incontri clandestini per le Katakombenschulen, le scuole clandestine dove l'insegnamento era in lingua tedesca. La formazione e la mentalità di Josef non potevano non portarlo alla decisione di rimanere. La stessa decisione venne presa da tutta la sua famiglia. L'esempio della famiglia Nusser indusse anche due famiglie vicine a non optare...
Nell`Andreas-Hofer-BundJosef sapeva belle che per essere testimoni nel senso più profondo del termine non bastavano solo le parole, ma erano necessari anche gesti concreti. Aveva si scelto di restare, ma non era sufficiente. Decise di fare un passo che suscito una certa sorpresa: entro a far parte dell'Andreas Hofer Bund, un'associazione fondata a Bolzano nel 1939, che aveva lo scopo di difendere i "Dableiber" contro le eventuali angherie degli optanti e di infondere loro coraggio. Accanto a questo, si prodigò con coraggio e costanza nel cercare di convincere chi aveva già optato a revocare l'opzione per la Germania. Un impegno faticoso, che non mancò però di portare i suoi frutti. Si calcola, infatti, che furono circa 10.000 quelli che revocarono l'opzione. A fondare 1'Andreas Hofer-Bund era stato Hans Egarter di Villabassa, segretario diocesano dei Giovani Cattolici. Era stato lui a convincere Josef a aderire al movimento di resistenza. Il giuramento del primo gruppo avvenne proprio nella "Stube" del maso Nusser. I primi aderenti dell'Andreas Hofer Bund giurarono, alla maniera del giuramento di Ruetli nel Guglielmo Tell di Schiller, anche di non vendicarsi mai dei torti subiti da parte degli optanti. Successivamente i membri dell'associazione si incontrarono spesso al maso Nusser, che per la sua posizione appartata era particolarmente adatto ad incontri clandestini. Da una testimonianza del dott. Friedl Volgger, Josef apparteneva al nucleo del movimento, che era composto da circa tre dozzine di giovani. Per il suo impegno così radicale in campo religioso-sociale, si era dubitato inizialmente che avrebbe mai aderito al movimento di resistenza. Ma egli era profondamente convinto della sua decisione perché considerava un dovere offrire il suo contributo per aprire in qualche modo gli occhi alla gente...
“Carico Bolzano – Konitz”Lo aveva chiamato "Volkssturm" ("uragano di popolo"). Con questo esercito, composto di tedeschi dai 16 ai 60 anni, Hit1er, nell'autunno del 1944, aveva deciso di tentare il tutto per tutto pur di difendere il suo impero e la sua folle politica. Le armate tedesche, infatti, avevano un estremo bisogno di uomini. Nella battaglia di Stalingrado erano morti in centomila e il doppio erano caduti sul fronte in Africa Settentrionale. E nel frattempo gli americani stavano avanzando, fino ad arrivare, il 2 ottobre, alle porte di Aquisgrana. Quando l'Alto Adige venne occupato dai soldati tedeschi, dopo la capitolazione dell'Italia nel settembre 1943, Josef era sposato da poco più di un anno ed era diventato papà da pochi mesi. Per i "Dableiber" ebbe inizio un periodo ancora più difficile di quello che aveva preceduto le opzioni, periodo durante il quale dovettero subire anche le rappresaglie da parte delle truppe tedesche. Un giorno, ad esempio, l'ingresso del maso Nusser venne chiuso con camion militari, senza alcun motivo plausibile. Così come i cittadini tedeschi, anche i "Dableiber" vennero arruolati nelle truppe tedesche. Finché si trattava di unità di polizia questo poteva rientrare nell'ambito del diritto delle genti. Altra cosa era invece quando venivano arruolati nell'esercito normale o venivano destinati addirittura alle SS combattenti, come accadde a Mayr Nusser, nei primi giorni di settembre del 1944. A raccontarci, oggi, questo arruolamento forzato, è il promemoria scritto da Franz Treibenreif, che fu commilitone di Josef. «Pepi era molto adirato per questo e dichiarò che in nessun caso avrebbe sottoscritto qualche cosa che lo potesse legare in qualche modo alle SS. Purtroppo, già due giorni dopo questa sua dichiarazione, il 7 settembre 1944, fummo portati alla stazione e ammucchiati in tre vagoni bestiame. Su uno dei vagoni era fissato un biglietto con la scritta: "carico Bolzano-Konitz". Così eravamo a conoscenza della nostra destinazione. Accompagnati da tre uomini delle SS partimmo il giorno stesso, alle 5 di sera, da Bolzano e dopo un viaggio di quattro giorni giungemmo a Konitz (Prussia), dove ci accolsero due ufficiali delle SS che ci accompagnarono in caserma». «Dopo due giorni di riposo cominciò l'addestramento; ogni giorno c'erano inoltre due ore dedicate alla formazione politica, con l'unico risultato che noi tutti, ma soprattutto Pepi, diventammo ogni giorno più antinazisti. Nei momenti di libertà noi di Bolzano stavamo assieme e tra noi c'era naturalmente sempre anche Pepi, che, per il suo carattere calmo e gentile, era amato da tutti. In quelle occasioni ci si scambiava le idee, eravamo in genere tutti nella stessa disposizione d'animo, Pepi non si lasciò mai sfuggire una parola che potesse farci capire di avere in mente qualche cosa di particolare. Il tempo passava velocemente e si avvicinava il giorno in cui avremmo dovuto prestare giuramento. Pepi era stranamente silenzioso e depresso...». «Venne il 4 ottobre 1944 ed il rifiuto del giuramento di Pepi. Tutta la compagnia assistette come paralizzata, non solo io, ma molti altri ebbero l'impressione che Pepi in quel momento avesse firmato la sua condanna a morte. L'addestramento continuò quel giorno normalmente e anche Pepi rimase nelle nostre file; alla fine però fu chiamato fuori dai ranghi di proposito. Dovette sottostare a quella istruzione individuale temuta da tutti i soldati; costretto per ore a fare flessioni sulle ginocchia, a gettarsi a terra e a strisciare nel fango per essere riportato all'obbedienza. Il caposquadra delle SS Feld era maestro in questa arte di "sottomissione". Egli fremeva di rabbia e non smetteva di gridare; alla prima obiezione di Pepi lo avrebbe freddato con la sua pistola».
In CarcereVerso le 6 di sera», prosegue il racconto di Treibenreif, «Pepi venne preso e gettato in carcere. Tutta la compagnia era in agitazione e Mayr-Nusser era l'argomento dei discorsi di tutti. Il comandante fece radunare ancora la compagnia a tarda sera e ci ingiunse di non parlare più di Mayr. Il giorno seguente, già di prima mattina, la compagnia si schierò nel cortile della caserma per la festa del giuramento. Il comandante ricordò e deplorò ancora una volta quanto era avvenuto, ma aggiunse che, da una parte, era anche grato a Mayr, perché aveva avuto il coraggio di riconoscere che non era come noi: se non lo avesse fatto avrebbe causato solo malumore nel reparto, così disciplinato. Concluse il suo discorso con queste parole: «C'è forse ancora qualcuno fra di voi che non vuole e non può giurare? Ci sono ancora dieci minuti di tempo per deciderlo». Naturalmente tutti tacquero, non perché convinti delle parole del comandante, ma perché ormai era chiaro che se l'avessimo fatto non c'era da aspettarsi altro, da quella banda di delinquenti, che di morire, come sarebbe toccato a Pepi». «Una settimana dopo il giuramento riuscii a mettermi in contatto con un guardiano del carcere; lo pregai di chiedere a Pepi se potevo fare qualcosa per lui. Il guardiano promise che avrebbe fatto quanto chiedevo e già il giorno seguente mi portò i saluti di Pepi, che mi mandava a dire di sentirsi felice e mi raccomandava di scrivere a sua moglie se era possibile...».
“Hildegard, la tua preghiera mi darà Forza”Ne1 buio di quella cella, in cui era stato rinchiuso, Josef era illuminato dalla fede in quel Cristo che aveva imparato ad amare da bambino, scrutando dalle finestre del maso di famiglia il cielo stellato che tanto lo affascinava, che aveva conosciuto, grazie a mamma e papà, nella quotidianità della recita del Rosario, nella partecipazione alla santa messa quotidiana e nella meditazione delle Sacre Scritture, quel Cristo che aveva deciso di testimoniare fino in fondo, fino a donare la propria vita. Ma ad illuminare il buio di quella cella era anche l'amore che nutriva per la sua Hildegard, la donna che aveva scelto di sposare e dalla quale era nato il suo piccolo Alberto. La fatica di vedersi negata la libertà, le continue umiliazioni e i ripetuti soprusi non pesavano su quell'uomo che aveva affidato la sua vita a Cristo e che aveva davanti a sé il volto dolce e sereno della sua cara Hildegard. A lei, il 27 settembre, circa una settimana prima di rifiutarsi di prestare giuramento a Hitler, aveva scritto a matita in stenografia una lettera speciale, il suo testamento spirituale. “Carissima, buonissima Hildegard, sarai preoccupata da quando sai che presto servizio nelle SS... Nemmeno un momento ho dubitato di come debba comportarmi in tale situazione e tu non saresti mia moglie se ti aspettassi qualcosa di diverso da me. Mia diletta, questa consapevolezza, questo accordo tra noi in ciò che abbiamo di più sacro, è per me un indicibile conforto. Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo, mi tormenta il cuore, o fedele compagna. Questo dovere di testimoniare ha certamente un valore, è una cosa inevitabile; sono due mondi che si scontrano l'un contro l'altro. In modo troppo chiaro i superiori si sono dimostrati negatori e odia tori di ciò che per noi cattolici è santo ed intoccabile. Prega per me, Hildegard, perché nell'ora della prova possa agire senza paura e senza esitazione, così come è mio dovere davanti a Dio e alla mia coscienza. Quando sarà arrivato il momento forse sarà un'attenuante agli occhi dei giudici il fatto che sono un cittadino italiano. In ogni caso sarà bene essere preparati al peggio e alle peggiori conseguenze. Ma tu sei una donna coraggiosa, una cristiana e anche i sacrifici personali che forse ti si chiederanno, non potranno certamente indurti a condannare tuo marito per il fatto che preferì perdere la vita piuttosto che abbandonare la via del dovere. Qualunque cosa avvenga, ora mi è più facile, perché ti so preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non venir meno nell'ora della prova. Ti saluto e ti bacio con tutto il mio affetto assieme al piccolo Alberto. Tuo marito”
Lettera dalla PrigioniaJosef era stato sottoposto a quella che chiamavano "carcerazione preventiva": in attesa di un provvedimento da parte del tribunale delle SS, era divenuto in tutto e per tutto un detenuto. Durante il giorno, come racconta lui stesso in una delle rare lettere a Hildegard (gli era permesso scriverne una soltanto ogni 15 giorni, che prima di essere spedita veniva sottoposta alla censura), spaccava legna o sbucciava patate. La fatica era grande e il freddo pungente, ma il cuore di Josef era sempre riscaldato dalla fede in Dio e dall'amore per la sua famiglia, come si può leggere nella lettera scritta due giorni prima di essere trasferito nel carcere di Danzica, il 12 novembre 1944. «Amatissima Hildegard, da quando sono stato incarcerato il 4 ottobre posso solo scrivere una lettera ogni 15 giorni. Ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia nella tua lettera è quanto scrivi del nostro amore. Sì, era veramente il primo amore, profondo e autentico! E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più intimamente e in primo luogo, sono convinto che questo amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza! Hildegard, moglie diletta, sii forte! Dio non abbandonerà né te né me! Quando il Signore ci chiede un sacrificio ci dà anche la forza per compierlo. Forse zio Rudolf e mio fratello Jakob sapranno consolarti in modo più efficace. Puoi credermi che mi sto struggendo nel desiderio di te e del nostro piccolo tesoro. Al momento non ci resta che la speranza di poterci rivedere, malgrado tutto! Compagni con cui potrei stabilire anche una intesa a livello religioso purtroppo qui non ce ne sono. Questa mancanza mi pesa molto e ancora di più quella di qualsiasi assistenza religiosa. Quanto mi manca St. Johann (la piccola chiesa di Bolzano dove la Gioventù Cattolica si ritrovava per la santa messa del mattino), in questa situazione di abbandono! Ma quanto significa ora anche per me sapere che a casa ci sono uomini buoni e giusti che pregano per me! È davvero una grande e profonda consolazione. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo ? Né fuoco, né spada... !". Mai prima d'ora ho avvertito così intensamente il significato di queste parole. Oggi, domenica, continuo a pensare come passerei questa giornata a casa con te e il nostro tesoro e questo ricordo mi riempie di malinconia. La speranza ha un potere consolatorio indicibile e ci fa sopportare con pazienza cose che parrebbero insopportabili. Nella lontananza tutti questi ricordi appaiono come immersi in una luce ultraterrena».
Con il Vangelo e la Corona del RosarioJosef Mayr Nusser morì il 24 febbraio 1945, stremato dal freddo e dalla fame, in un vagone bestiame a Erlangen, durante il suo trasferimento da Danzica al campo di concentramento di Dachau dove il tribunale delle SS aveva stabilito venisse fucilato. Chi ebbe il compito di ricomporne la salma, trovò in quel vagone, tra le sue poche cose, un Vangelo, un messale e la corona del Rosario. Josef Mayr Nusser venne sepolto nel cimitero di Erlangen. Tredici anni più tardi le sue spoglie furono portate a Bolzano e ora riposano nella chiesetta di San Giuseppe a Stella di Renon, dove c'è un centro di formazione della diocesi.
“Josef Mayr Nusser morì per Cristo”“Josef Mayr Nusser morì per Cristo. Di questo ne sono certo anche j se me ne sono reso conto solo 34 anni dopo. Cara signora Mayr, anche se non è molto quello che le posso raccontare, sono comunque convinto che ho vissuto 14 giorni insieme ad un santo, che è oggi il mio più grande intercessore presso Dio». Così si conclude la lettera che un ex soldato nazista, Fritz Habicher, scrisse il 14 luglio 1980 a Hildegard Mayr Nusser, dopo aver visto scorrere davanti ai suoi occhi le immagini di un film, coprodotto dalla Rai e dalla televisione austriaca ORF, dedicato a Josef Mayr Nusser. Lui, Fritz, aveva conosciuto quell'uomo. Habicher era un giovane soldato delle SS che era stato incaricato di scortare i quaranta tra soldati e ufficiali che il tribunale di Danzica nel febbraio 1945 aveva condannato alla fucilazione con l'accusa di "tradimento". Su quel vagone, in quel viaggio senza ritorno, per quattordici giorni Fritz ha accompagnato, come il Cireneo, quell'innocente condannato a morte solo per aver rifiutato di prestare giuramento a Hitler nel nome della sua fede in Cristo, condividendo le ultime tappe del suo personale calvario. Di Josef Mayr Nusser, Fritz non sapeva nulla, non lo aveva mai incontrato, ma quell'uomo, la sua paziente accettazione del dolore, la sua fede incrollabile avevano lasciato una traccia indelebile nel suo cuore. Del giovane soldato proveniente dall'Alto Adige e considerato un "traditore" dal tribunale nazista non seppe mai nulla, per oltre trent'anni, fino a quella sera del 1980, quando, seduto nel salotto di casa, vide scorrere davanti a sé le immagini del film trasmesso dalla televisione austriaca. Ai fotogrammi che ne ricostruivano la vita si intrecciarono i ricordi di quei giorni, gli sguardi di quell'uomo stremato dalla fatica e dal dolore, ma sempre disponibile ad offrire la sua parte di cibo agli altri, pronto a regalare un sorriso o una parola di speranza, pronto sempre a dire grazie, anche nei momenti più duri e faticosi, quando le forze iniziarono a venir meno. Habicher decise allora di prendere carta e penna e di scrivere alla vedova di Mayr Nusser, Hildegard, raccontandole gli ultimi giorni di vita del marito e colmando così, a trent'anni di distanza, il vuoto lasciato dalla scarna comunicazione arrivata, a mezzogiorno del 5 aprile 1945, a Renon, paese alle porte di Bolzano dove la famiglia si era rifugiata. «Il soldato delle SS Josef Mayr, nato il 27 dicembre 1910», era scritto nello scarno messaggio, «è morto alle 6 del mattino del 24 febbraio 1945 su un vagone ferroviario alla stazione di Erlangen, secondo quanto stabilito dall'autopsia, per broncopolmonite». Fritz Habicher ebbe modo di raccontare che la morte di Josef Mayr Nusser colpì profondamente quanti ebbero modo di conoscerlo lungo quel triste viaggio, tanto che i rapporti tra condannati a morte e soldati di guardia si trasformarono radicalmente. Una volta giunti al campo di concentramento di Dachau, i condannati ebbero una premura particolare nei confronti dei loro carcerieri che li avevano scortati, e, sapendo quanto raro poteva essere, anche per i soldati nazisti, avere un cambio di abiti, donarono loro i vestiti che indossavano, consapevoli che di lì a poco non sarebbero più serviti loro. Sono sei, a tutt'oggi, le città e i paesi che hanno voluto dedicare una strada in ricordo di Josef Mayr Nusser, tra le quali la sua città natale, Bolzano, il comune dove riposano le sue spoglie, Renon, e la città in cui ha trovato la morte, Erlangen. Nella diocesi altoatesina, inoltre, diverse sono le sale e i luoghi di incontro a lui dedicati. Due sono, inoltre, le scuole che portano il suo nome: la scuola media di Vandoies (in val Pusteria) e l'Accademia sociale ad Erlangen.
Il ricordo della società Civiles«Se un giorno si scriverà la storia più recente dei martiri della fede della nostra terra, il suo nome sarà venerato fra i primi. Il suo ricordo è per noi una santa eredità». Così parlava di Josef Mayr Nusser il suo padre spirituale, don Josef Ferrari, che nel dopoguerra divenne intendente scolastico. Era il 18 novembre 1945. «Con lui è morto un grande uomo, un cristiano splendido», ebbe modo di dire Ferrari nell'omelia durante la cerimonia funebre organizzata nella cappella della chiesa del Sacro Cuore a Bolzano, «un eroe della verità, un confessore della fede. Il suo ornamento era luminoso segno di Cristo nella sua anima; con questo era stato segnato dal Signore nel battesimo». Circa 35 anni dopo, il vescovo diocesano mons. Josef Gargitter, in occasione della Giornata della Gioventù del 1980 disse nella sua omelia: «Questo primo presidente della Gioventù Cattolica Sudtirolese è morto di una morte terribile perché la fede cattolica, per lui, ancora così giovane, e la fedeltà alla Chiesa hanno significato più della sua stessa vita. Egli è un esempio luminoso proprio nel nostro tempo». La testimonianza di questo martire della fede, le cui spoglie riposano nella chiesetta a Stella di Renon, paesino alle porte di Bolzano, è un esempio concreto di santità per la Chiesa altoatesina, che ha affidato a don Josef Innerhofer il compito di proseguire il lavoro avviato da don Peter Egger nei primi anni Novanta, affinché si possa avviare quanto prima il processo diocesano per la causa di beatificazione. «La figura di Josef Mayr Nusser è una figura per tutta la nostra terra. È una figura che fa riflettere sul valore di una vita dedicata alla testimonianza. Josef Mayr-Nusser ricorda a tutti noi qualche vocabolo sparito dalla circolazione: l'importanza del Regno di Dio, e l'importanza della testimonianza. Josef Mayr Nusser ha lavorato soprattutto per l'Azione Cattolica che stava nascendo, aveva capito l'importanza della formazione dei laici. Questo era il suo impegno come dirigente dell'Azione Cattolica: di promuovere la formazione, soprattutto una formazione di fede a partire dalla consapevolezza del battesimo e della cresima. E così preghiamo oggi in questa nostra celebrazione che lo Spirito faccia vivere in noi la consapevolezza che siamo chiamati alla Santità. All'inizio abbiamo sentito il testo di Josef Mayr Nusser sulla vocazione alla Santità, anche quello quasi un vocabolo sparito ma importante anche a partire dal Concilio Vaticano 11. Siamo chiamati alla Santità, ed essere santi, che vuol dire stare dalla parte di Dio. In Josef Mayr Nusser abbiamo una testimonianza di uno che stava dalla parte di Dio e per questo anche dalla parte dell'uomo». Mons. Wilhelm Egger, vescovo di Bolzano Bressanone, dall'omelia a Stelle di Renon in occasione del 50° della morte di Josef Mayr Nusser, 24 febbraio 1995 «Dare testimonianza è oggi la nostra unica arma, la più potente, un'arma abbastanza strana. Non spada, non violenza, non denaro, non potere spiritua-le, nulla di tutto questo ci è necessario per costruire il regno di Cristo sulla terra. Il Signore ha preteso da noi qualcosa di molto modesto eppure di molto importante: essere testimoni...». Josef Mayr Nusser, 15 gennaio 1938
A cura di Irene
Argentiero e don Josef Innerhofer, PREGHIERA PER LA BEATIFICAZIONE DI JOSEF MAYR NUSSERDio, Padre misericordioso, Josef Mayr Nusser ha speso la sua vita al Tuo servizio. Come discepolo di Gesù Cristo si è preso cura soprattutto dei giovani e dei poveri. Fedele alle sue convinzioni religiose ha deciso di negare il giuramento alle SS e di sacrificare la sua vita piuttosto che agire contro la sua coscienza. Così è diventato un esempio per molti, soprattutto per i giovani. Ti ringraziamo di averci donato il Tuo servo Mayr Nusser e ti preghiamo: aiutaci a testimoniare secondo il suo esempio la fede, ad assistere i bisognosi e a seguire la nostra coscienza. Fa' che possiamo presto onorarlo come Beato e che per la sua intercessione possiamo essere da Te ascoltati. Per questo ti preghiamo per Cristo, nostro Signore. Amen Le suppliche e la loro accoglienza per intercessione di Josef Mayr Nusser possono essere comunicate al Vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. Wilhelm Egger, presso la Curia vescovile di Bolzano-Bressanone, piazza Duomo 2, Casella Postale 425, 1 - 39100 Bolzano (tel. 0471/30.62.00) o, via e-mail all'indirizzo: josef.innerhofer@akfree.it. Eventuali offerte per le spese legate al processo di beatificazione possono essere inviate tramite il conto corrente IBAN: IT34T0818758740000001023987 Swift Code RZSBIT21030
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